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Ricordate cosa disse il Cavaliere l'11 aprile 2008? Prendiamo il virgolettato dal Giornale: «Dovremmo ridurre della metà il numero dei parlamentari, quello dei consiglieri regionali e comunali, dovremo abolire le province e quasi tutte le comunità montane».

 

15 gennaio 2009: come i berlusconiani ci prendono per il culo! Non vogliono farci conoscere le loro assenze dal Parlamento Europeo

20 gennaio 2009: come i berlusconiani veneti prendono per il culo Brunetta e tutti gli italiani

30 gennaio 2009: Berlusconi vuole controllare i controllori preposti a controllarlo. Fascismo in arrivo?

30 gennaio 2009: Federico Matteoli, figlio dell’Altero ministro alle Infrastrutture, può vantare di avere sia le ali, sia la camicia

6 febbraio 2009: ci aveva promesso una riduzione dei costi della politica. Ci ha preso per il culo?

10 febbraio 2009: un regalo di 200.000 euro ai consiglieri altoadesini che lasciano
 

15 gennaio 2009

I berlusconiani del Pdl ci prendono per il culo!

Siate contenti!

Per fortuna il Parlamento europeo (tutti comunisti) ci salva!

 

Europarlamento Il Pd compatto ha dato il suo appoggio al documento

Battaglia anti-assenteisti , a Strasburgo il Pdl vota contro

Passa la risoluzione del radicale Marco Cappato: l’attività dei politici sia resa pubblica sul web

 

«Basta assenteismo!», tuona da mesi la destra, nella scia del ministro Renato Brunetta. Giusto: al di là di certe forzature, è una battaglia che andava fatta. Ieri mattina però, a Strasburgo, il Pdl ha perso l’occasione per dare un segnale di coerenza. E si è schierato in massa contro una risoluzione, approvata a schiacciante maggioranza, che impegna il Parlamento europeo a mettere online le presenze degli eurodeputati per smascherare gli assenteisti.

 

Sono anni che sul tema della svogliatezza con cui i nostri deputati partecipano ai lavori dell’assemblea di Strasburgo si accendono improvvise fiammate polemiche. Tanto più per il contrasto abbagliante tra questa svogliatezza e le spettacolari buste paga che incassano. Basti rileggere la tabella dell’indennità di base pubblicata ne Il costo della democrazia da Cesare Salvi e Massimo Villone: un parlamentare polacco prende 28.056 euro, uno spagnolo 39.463, uno svedese 61.704, un francese 63.093, un britannico 82.380, un tedesco 84.108, un italiano 149.215. Quindici volte più di un ungherese, tre volte più di un portoghese, una volta e mezza più dell’austriaco, secondo classificato. E non basta: alla retribuzione base vanno aggiunti i benefit e le indennità di spese generali, di soggiorno, di viaggio e quelle per i portaborse che portano il totale, nel caso degli italiani, a una cifra fra i 30.000 e i 35.000 euro. Un sacco di soldi.

 

Il guaio è che i nostri europarlamentari non sono solo i più pagati. Sono anche, tradizionalmente, i più assenteisti di tutto il continente. Lo ricorda un’inchiesta dell’Europeo del ’93, dove si raccontava che in tutto l’anno precedente il pidiessino Achille Occhetto non aveva partecipato neppure a una seduta, il dc Antonio Jodice a 3, il Psdi Antonio Cariglia a 4, la rifondarola Dacia Valent a 7 e così via... Lo ribadiscono i reportage del Giornale del 1997 (occhiello ironico: «sulle tracce del nostri eurodeputati») o de l’Espresso del 2001: «Su 87 europarlamentari italiani, 26 hanno partecipato a meno di metà delle centouno sessioni plenarie, 15 non hanno mai preso la parola in aula, 27 hanno partecipato a meno del 20% delle sedute della propria commissione, 13 non hanno mai presentato un’interrogazione... ».

Nel 2004 l’Università tedesca di Duisburg si prese la briga di elaborare uno studio capillare sulla legislatura che si chiudeva: alle sessioni di voto la presenza italiana era stata del 56,2%, contro l’80,9 dei greci o l’82,5% dei tedeschi. Un’inchiesta delle Acli dava dati leggermente diversi, ma non meno disastrosi: ai primi posti per presenze c’erano i parlamentari finlandesi (89,5%), belgi (89,3%), olandesi (88,7%) e gli ultimi, come sempre, erano i nostri, col 68,6%: tredici punti sotto i penultimi, che risultavano francesi col 79,5%.

 

E adesso? Boh... Scottati dai dati che svergognavano gli eletti all’assemblea, i depositari delle informazioni sono diventati via via più avari di notizie. Al punto che quando l’eurodeputato radicale Marco Cappato, in ottobre, chiese ufficialmente di vedere le tabelle delle presenze per fare luce sulla realtà dopo mille polemiche (come quella che aveva visto Renato Brunetta, accusato da un sito Internet di essere stato lui pure un po’ discolo a Strasburgo, fare fuoco e fiamme spiegando di avere partecipato negli ultimi anni al 66,9% delle sedute) il segretario generale Harald Rømer gli rispose picche: poteva chiedere solo i dati suoi. Fine: «Non esiste alcun documento consolidato che riporti il numero totale di presenze per deputato alle diverse riunioni ufficiali» e il regolamento «non obbliga in alcun modo le Istituzioni a creare documenti per rispondere ad una richiesta».

 

Una risposta burocraticamente impeccabile, ma politicamente reticente. Ricevuta la quale il parlamentare, convinto che le democrazie «basate sulla preminenza del diritto sono tenute all’osservanza del principio della pubblicità», ha presentato una risoluzione per impegnare l’Europarlamento alla massima trasparenza. Quello centrale è il punto 5. Che sprona a «varare, prima delle elezioni europee del 2009, un piano d’azione speciale per assicurare sul proprio sito web, ad esempio nel quadro dell’iniziativa e-Parlamento, una maggiore e più agevole disponibilità di informazioni». Gli obiettivi nel mirino sono soprattutto due. Primo: «attività, partecipazione e presenza dei deputati europei ai lavori parlamentari in termini assoluti, relativi e percentuali, rendendo tali dati disponibili ed accessibili ai cittadini anche mediante criteri di ricerca». Secondo: «le indennità e le spese dei deputati, conformemente alla posizione assunta dal Mediatore», cioè il difensore civico europeo, «nonché tutte le dichiarazioni di interessi finanziari per tutti i deputati al PE, e tali informazioni sono rese disponibili in tutte le lingue ufficiali dell’UE ».

 

Bene: la risoluzione è passata. Con una maggioranza larghissima: 355 voti a favore, 195 contrari, 18 astenuti. Evviva. Ma è la lettura degli elenchi di come hanno votato questo e quel parlamentare a essere particolarmente istruttiva. Il centro- sinistra italiano, memore della legnata alle elezioni di aprile dove lasciò che il tema dei tagli ai costi della politica fosse impugnato dalla destra, è stato infatti compatto: dagli ex margheritini ai comunisti al cane sciolto Gianni Rivera. Tutti favorevoli e nessun contrario. La destra, invece, si è spaccata. E se i leghisti Erminio «Obelix» Boso e Mario Borghezio hanno votato a favore della trasparenza insieme coi «neri» Roberto Fiore e Luca Romagnoli, il «pensionato» Carlo Fatuzzo, il ciellino Mario Mauro e Jas Gawronski, i rappresentanti del Pdl si sono massicciamente trincerati sul no. Sia i forzisti berlusconiani (dall’ex sindaco di Milano Gabriele Albertini, da Guido Podestà a Elisabetta Gardini, da Lia Sartori fino a Beppe Gargani) sia i nazional- alleati Roberta Angelilli, Domenico Basile, Sergio Berlato, Antonio Mussa, Nello Musumeci, Salvatore Tatarella. Potete scommettere che oggi diranno in coro che no, il loro voto contro la risoluzione per la massima trasparenza non era contro la massima trasparenza e a favore del top-secret sugli assenteisti e che aveva delle serissime motivazioni e che la sinistra è stata compatta solo per motivi strumentali eccetera eccetera eccetera. Ma il punto resta: che messaggio arriva agli italiani, dopo mesi di furenti invettive contro l’assenteismo altrui?

 

Gian Antonio Stella
Corriere della Sera 15 gennaio 2009

 


20 gennaio 2009

Regione Veneto, i supermanager beffano Brunetta ( e ci prendono per il culo)

 

Hanno fatto infuriare persino Brunetta. Proprio nel suo Veneto, proprio nella Regione amministrata dal suo centrodestra, hanno cercato di mettere i boiardi al riparo dalle leggi anti-fannulloni. Nel silenzio delle vacanze natalizie, una circolare ha esentato i top manager della Regione dalle nuove trattenute malattia.

 

Da giugno infatti ai dipendenti pubblici che restano a letto nel periodo iniziale viene decurtato lo stipendio di ogni voce accessoria. Ma il Veneto ha aspettato fine anno prima di varare la norma, con il risultato di dovere chiedere un semestre di tagli arretrati a chi era già caduto vittima dei malanni. Poi dall'inizio del 2008 sono diventati operative le sottrazioni: per ogni giorno di malattia, un usciere del livello più basso perderà otto euro, un funzionario da dieci a 20, un dirigente da 64 fino a 77.

 

Un salasso che dovrebbe dissuadere dalle assenze ingiustificate. Il problema è che i top manager, quei 70 amministratori che siedono nella stanza dei bottoni della Regione guidata da Giancarlo Galan, si sono auto-esentati: per loro non sono previste sanzioni nè deterrenti. Il loro contratto garantisce stipendi da 100 mila euro l'anno in su e non segue le regole della pubblica amministrazione. Una scelta che ha fatto infuriare i sindacati. E che ha spinto Renato Brunetta a scrivere a Galan: «La legge vale per tutti». Ora la Regione cercherà di trovare una soluzione. Sperando che i supermanager non si ammalino prima.

 

L'Espresso 20 gennaio 2009


30 gennaio 2009

Alitalia/Cai: il figlio di papà non resta a terra

Matteoli_220Qualcuno nasce con la camicia, qualcuno con le ali ai piedi. Federico Matteoli, figlio dell’Altero ministro alle Infrastrutture, può vantare di avere sia le ali, sia la camicia: almeno quella con i gradi di pilota della Cai di Roberto Colaninno & Company, che il giovane aviatore è riuscito a strappare di dosso a colleghi più titolati per anzianità aziendale, età, esperienza e figli a carico. Come ha fatto? Matteoli junior era già stato graziato una volta: nella defunta compagnia di bandiera era entrato solo nel 2002, unico e ultimo assunto a tempo indeterminato, con le assunzioni chiuse da mesi. Il papà allora era ministro all’Ambiente. E il suo partito, An, nella vecchia Alitalia contava su Silvano Manera, poi nominato direttore generale dell’Ente per l’aviazione civile (Enac), e Luigi Martini, ex parlamentare, oggi consulente personale di Rocco Sabelli, l’ad della nuova compagnia. Questa volta però il Federico volante sembrava destinato alla cassa integrazione, anche perché l’aereo che guida, l’Md80, finirà in pensione. Invece ecco il colpo di scena: i manager di Colaninno-Sabelli-Martini hanno inventato una graduatoria di anzianità a parte a Milano, la città dove Matteoli junior era stato assunto. E così il figlio del ministro ha potuto scavalcare centinaia di colleghi davanti a lui. Un buon inizio per un’operazione che già ci costa 3 miliardi e 300 milioni: 55 euro di debiti per ciascun italiano, compresi i bambini.    F. G.

L'Espresso 30 gennaio 2009


30 gennaio 2009

Corte dei conti

E i controllori del governo finirono sotto controllo

Per il ddl dell’esecutivo, solo 4 eletti nel «Csm» dei giudici contabili: persa la maggioranza

 

«Mi ricorderò di te alle prossime elezioni! » sibila il solito prepotente al bravo sceriffo in ogni film di cowboy. Così era il Far West. Anche nella legge italiana, però, sta per essere infilato un tarlo simile. Che rischia di divorare l’autonomia della Corte dei conti fino al punto che il governo (il controllato) si sceglierà di fatto il controllore, cioè chi deve esaminare come sono spesi i soldi pubblici. Il tarlo, come tutti gli insetti che si rispettino, non è facile da scovare. Proprio come il dirottamento ad «amici» di un mucchio di soldi per lavori stradali marchigiani venne infilato anni fa in un decreto sulle «arance invendute in Sicilia», anche questo tarlo è stato nascosto dove poteva passare inosservato.

 

Nel disegno di legge 847 noto come «Brunetta»: «Delega al governo finalizzata all’ottimizzazione della produttività del lavoro pubblico». L’ideale, nella scia della popolarità del ministro in guerra coi fannulloni, per collocare un boccone che, come tutti i bocconi avvelenati, è inodore e insapore. È l’articolo 9, dedicato al Consiglio di Presidenza della Corte dei conti. Il Csm, diciamo così, dei giudici contabili. Che costituzionalmente consente anche a questa magistratura, come a quella ordinaria e a quella amministrativa, di decidere da sé della propria vita, al riparo da interferenze politiche. Un principio ovvio e sacrosanto: chi comanda non può volta per volta scegliersi il controllore. Dice dunque quell’articolo, inserito da Carlo Vizzini (che come presidente della commissione Affari costituzionali del Senato ha di fatto agito per il governo), che quel Consiglio di Presidenza, composto oggi da 13 magistrati contabili (i vertici della Corte dei conti più dieci eletti dai circa 450 colleghi) più due esperti nominati dalla Camera e due dal Senato (totale: 17) non va più bene.

 

D’ora in avanti dovranno essere 11, con un taglio dei giudici eletti da 10 a 4 e le «new entry» del segretario generale della Corte e del capo di gabinetto, che in certi casi possono pure votare. Somma finale: i rappresentanti scelti dei colleghi precipiterebbero da 10 su 17 (larga maggioranza) a 4 su 13 (netta minoranza). Ma non basta. La perdita di potere del «Consiglio», sempre più esposto agli spifferi politici, sarebbe aggravata da una grandinata di poteri in più concessi al presidente. Come quello di stabilire l’«indirizzo politico-istituzionale ». Vale a dire: puntiamo di più su questi o quegli altri reati, concentriamoci di più su questi o quegli altri sprechi. Quindi meno su questo e quello. Peggio: il presidente «provvede» o «revoca» come gli pare «gli incarichi extraistituzionali, con o senza collocamento in posizione di fuori ruolo o aspettativa». Traduzione: diventa il padrone assoluto della distribuzione ai suoi sottoposti («tu sì, tu no») dei soldi extra e delle carriere parallele.

 

Cosa vuol dire? Moltissimo: il capo di gabinetto di un ministro cumula insieme lo stipendio nuovo (senza più il tetto di 289 mila euro inserito da Prodi e abolito da Berlusconi) con quello vecchio di magistrato «parcheggiato» altrove. E un solo «arbitrato» (quella specie di giustizia parallela, più veloce, su alcuni contratti pubblici) può regalare a un giudice guadagni di centinaia di migliaia di euro. Il che significa che il nuovo presidente, dicendo solo «tu sì, tu no», può cambiare letteralmente la vita dei suoi «dipendenti». Diventando il Dominus assoluto. Senza più il minimo controllo, scusate il bisticcio, dell’organo di autocontrollo, ormai esonerato. Poteri pieni. Totali. Un progetto pericoloso, attacca l’opposizione. Il controllo, denuncia Felice Casson, «verrebbe a essere asservito e subordinato ai governi centrali e locali ».

 

Il coordinamento dei magistrati ordinari, amministrativi e contabili, in una lettera mandata ieri a Napolitano, denuncia «un gravissimo vulnus ai quei fondamentali principi costituzionali che sono stati alla base della istituzione stessa degli organi di autogoverno». E l’Associazione nazionale dei magistrati contabili è arrivata a ipotizzare all’unanimità l’espulsione dello stesso presidente, Tullio Lazzaro. C’è chi dirà: allarmi esagerati. E giurerà che si tratta di «ritocchi» organizzativi che renderanno «efficiente» un organo che costa cinque volte più dello spagnolo Tribunal de cuentas. Che non limiteranno affatto le denunce sulla malagestione dei pubblici denari come gli sprechi della sanità in Sicilia, le troppe consulenze «conferite intuitu personae » (cioè a capriccio), i soldi buttati dalle regioni, dalle municipalizzate, dai comuni o perfino dalla Croce Rossa.

 

Sarà. Ma nel progetto c’è scritto proprio così: il presidente della Corte dei conti diventa «organo di governo dell’istituto» e il Consiglio di presidenza viene degradato a «organo di amministrazione del personale». Nero su bianco. E lo sapete quando è stato inserito, il «ritocco» che stravolgerebbe senza passaggi costituzionali l’autogoverno dei giudici contabili? Poco dopo che il procuratore generale aveva denunciato il surreale tentativo di introdurre nell’accordo sulla nuova Alitalia un codicillo che prevedeva «l’esonero preventivo e generalizzato» per i nuovi soci «da responsabilità astrattamente esteso fino a coprire eventuali comportamenti dolosi, con effetti retroattivi». Cioè l’assoluzione concordata prima ancora che fosse commesso l’eventuale peccato. Pensa un po’ che coincidenza...

Gian Antonio Stella
Corriere della Sera 30 gennaio 2009

 


6 febbraio 2009

 

Aveva promesso, in campagna elettorale, la riduzione dei costi della politica: ci ha preso per il culo?

 

Comportamenti omogenei da nord a sud

Liguria, Friuli e Sicilia: la Casta resiste alle misure sostenute da Berlusconi e Veltroni

Affossati il limite al terzo mandato dei consiglieri e i tagli al numero dei membri delle assemblee

 

Per vincere in Calmucchia, Kirsan Ilyumzhinov promise di donare un cellulare a ogni pastore, comprare Maradona e proteggere la repubblichina caucasica con un magico «campo extra-sensoriale». Macché: zero. Berlusconi e Veltroni promisero un po' di meno. Ma sui tagli ai costi della politica non sembrano ansiosi di procedere.

 

Lo dicono le storie, trasversali a destra e sinistra, al Nord e al Sud, di tre Regioni. Ricordate cosa disse il Cavaliere l'11 aprile? Prendiamo il virgolettato dal Giornale: «Dovremmo ridurre della metà il numero dei parlamentari, quello dei consiglieri regionali e comunali, dovremo abolire le province e quasi tutte le comunità montane». Quanto a Veltroni, in un decalogo dettato a l'Espresso («La casta si taglia in dieci mosse») prometteva di risparmiare «un miliardo di euro l'anno». Punto di partenza: «Ridurre i parlamentari: 470 deputati e 100 senatori e, parallelamente, stipulare un patto con le Regioni per ridurre consiglieri e assessori». Meno di un anno dopo, ciao.

 

Prima storia. Siamo nel Friuli Venezia Giulia, dove la vecchia maggioranza ulivista guidata da Riccardo Illy è stata spazzata via ad aprile dal ciclone berlusconiano. La nuova, forte di numeri confortevoli (21 consiglieri del Popolo delle Libertà più 8 della Lega Nord più 4 dell'Udc e un paio di pensionati nel gruppo misto contro 17 del Pd e 4 dell'Italia dei Valori e tre della Sinistra Arcobaleno) naviga in acque relativamente tranquille senza particolari problemi. Ed è proprio in queste acque calme che il berlusconiano Antonio Pedicini e una pattuglia di amici di partito gettano verso la fine di gennaio un sasso destinato invece a sollevare un'ondata di critiche. Certi che le polemiche sui costi della politica siano ormai un capitolo chiuso, propongono d'abolire la legge varata nel 2007 dalla vecchia maggioranza che fissava per i consiglieri un limite di tre legislature. Rivolta istantanea.

 

«Poltrone a vita», titola il Piccolo di Paolo Possamai, dedicando alla vicenda uno sferzante editoriale e una pioggia di articoli infuocati. La proposta, sinistra a parte, spacca anche la destra. La Lega, per bocca del segretario Pietro Fontanini, si mette di traverso: non se ne parla. Altre perplessità sono avanzate da Roberto Antonione («Il clima non è proprio adatto a una simile proposta»), dal governatore Renzo Tondo («Non mi pare una priorità») e dallo stesso coordinatore regionale del Pdl Isidoro Gottardo: «Questione legittima ma non è opportuno». Il capogruppo berlusconiano in consiglio regionale Daniele Galasso, però, insiste: «Il limite del terzo mandato va tolto. È un'ipocrisia, uno specchio per le allodole, un nascondino inutile che tentiamo di cancellare in un periodo lontano dalle tensioni preelettorali». Giorni e giorni di liti. Poi la tregua: tutto accantonato. Per ora. Quanto al taglio dei consiglieri...

 

Seconda storia, dall'altra parte dell'Italia settentrionale, in Liguria. Dove il presidente del consiglio regionale Giacomo Ronzitti, d'accordo coi capigruppo e con lo stesso governatore Claudio Burlando, propone di tornare virtuosamente indietro di quattro decenni: come nel 1970 i deputati regionali devono scendere dal limite massimo di 50 a 40 (più il presidente, per non stravolgere il sistema collaudato dell'elezione diretta) e la giunta da 12 a 10 assessori, che non solo non debbono essere più equiparati nell'indennità ai consiglieri ma possono essere esterni al consiglio solo fino a un tetto massimo di quattro, cioè la metà di oggi. Tutti d'accordo, sulla carta. Finché, come ha ricostruito su La Stampa Ferruccio Sansa, i partiti non si sono messi a fare due conti. Scoprendo ciascuno che i rischi di perdere preziose poltrone erano elevatissimi. A quel punto, ecco alcuni suggerire che «meglio sarebbe la riduzione dei parlamentari, non dei consiglieri regionali». Altri, della sinistra uscita a pezzi dalle politiche, sbuffare che no, non è giusto chieder loro questo karakiri: «Dopo il Parlamento spariremmo anche dalla Regione e ci resterebbero le bocciofile ». Risultato: la proposta è rimasta lì. A galleggiare in attesa che un giorno, forse, chissà...

 

Terza storia, nel Mezzogiorno. Dove il deputato regionale siciliano democratico Giovanni Barbagallo presenta all'Ars una proposta di legge per ridurre il numero dei parlamentari isolani. Dice che ha fatto i conti: «Il dato siciliano (un deputato ogni 55.746 abitanti) è in stridente contrasto con altre regioni, come, ad esempio, la Lombardia, regione nella quale vi è un consigliere ogni 118.440 abitanti». Chiede dunque di votare una legge di due soli articoli che porta i membri dell'Ars da 90 a 70: «La riduzione determinerebbe un risparmio annuo di euro 6.220.807,20 e avrebbe una forte valenza, anche simbolica».

 

Non basta. Propone parallelamente di abolire i bonus supplementari concessi in aggiunta all'indennità ai deputati regionali che ricoprono qualche carica. Sono una marea, accusa. E costano, spiega al Giornale di Sicilia, un sacco di soldi: «Ognuno dei due vicepresidenti incassa una indennità aggiuntiva di 5.149 euro lordi al mese. I tre questori si fermano a 4.962 euro ciascuno. I tre segretari del consiglio di presidenza hanno 3.316 euro e la stessa cifra guadagnano i 10 presidenti delle commissioni. I 23 vicepresidenti delle commissioni si fermano a 829 euro in più al mese mentre gli 11 segretari delle stesse commissioni ricevono 414 euro». Più i bonus ai 4 capigruppo e ai 9 parlamentari nominati assessori. Un assurdo. Tanto più che «questi soldi si aggiungono a uno stipendio base di 11.703 euro lordi a cui si assommano 4 mila euro di diaria e altri benefici». Totale dei costi supplementari: oltre un milione di euro l'anno. La risposta del presidente del-l'Ars, Francesco Cascio, che solo un paio di settimane fa aveva bocciato la richiesta dell'opposizione di conoscere i dettagli di alcuni viaggi «in missione» fatti coi soldi pubblici (risposta: «Spiacente, c'è la privacy ») è piccata. Dice che certo, per carità, lui le proposte di tagli le gira a chi di dovere, e invita la Commissione per lo Statuto a valutare cosa si può fare. Ma aggiunge una manciata di peperoncino che la dice lunga, sulla sua opinione in materia: «Barbagallo spesso assume posizioni demagogiche nella consapevolezza che rimarranno lettera morta».

 

Gian Antonio Stella
Corriere della Sera 06 febbraio 2009

 


 

10 febbraio 2009

Bolzano, agli ex consiglieri 200 mila euro in dono

Che pacchia essere alto-atesini! Merito della buona amministrazione e forse anche della pioggia di quattrini statali. Ormai della dolce vita bolzanina se ne sono accorti persino gli abitanti delle Eolie: a Lipari, nella vulcanica Sicilia, hanno cominciato a raccogliere firme per chiedere l'annessione all'Alto Adige. E se vivere tra Trento e il Brennero ha i suoi vantaggi, molti di più ne collezionano i politici locali. I consiglieri della Provincia di Bolzano, che essendo autonoma ha enormi poteri, si beccano una buonuscita di ben 200 mila euro. Un dono d'addio anche per chi è stato eletto per una sola legislazione. Si tratta di 55 mila euro come liquidazione più altri 152 mila come restituzione dei contributi versati. Niente male. Per i contributi, si può scegliere anche la forma del vitalizio: trasformarli in una pensione che al compiere dei 65 anni dà diritto a 750 euro mensili. Quanto deve lavorare un operaio per ottenere lo stesso trattamento? E non è che i consiglieri in carica vengano pagati poco. Ogni mese in carica frutta 10.650 euro lordi di indennità più una diaria netta di altri 3.423 netti. In busta paga ne trovano circa 6.500 netti, più la quota accantonata per i contributi d'oro. «Sarebbe meglio che non ci fosse alcuna liquidazione e neanche il vitalizio. Sarebbe molto più chiaro, ma non vogliono perché si vedrebbe che i consiglieri prendono molto più di 6.500 euro netti al mese», ha dichiarato al quotidiano "Alto Adige" Mauro Bondi, ex consigliere ds. 

 

L'Espresso 10 febbraio 2009 


 

 

 

 

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Basta! Parlamento pulito