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15 gennaio 2009
I
berlusconiani del Pdl ci prendono per il culo!
Siate
contenti!
Per
fortuna il Parlamento europeo (tutti comunisti) ci salva!
Europarlamento Il Pd compatto
ha dato il suo appoggio al documento
Battaglia anti-assenteisti , a
Strasburgo il Pdl vota contro
Passa la risoluzione del
radicale Marco Cappato: l’attività dei politici sia resa pubblica sul web
«Basta assenteismo!», tuona da
mesi la destra, nella scia del ministro Renato Brunetta. Giusto: al di là
di certe forzature, è una battaglia che andava fatta. Ieri mattina però, a
Strasburgo, il Pdl ha perso l’occasione per dare un segnale di coerenza.
E si è schierato in massa contro una risoluzione, approvata a schiacciante
maggioranza, che impegna il Parlamento europeo a mettere online le presenze
degli eurodeputati per smascherare gli assenteisti.
Sono anni che sul tema della
svogliatezza con cui i nostri deputati partecipano ai lavori dell’assemblea
di Strasburgo si accendono improvvise fiammate polemiche. Tanto più per il
contrasto abbagliante tra questa svogliatezza e le spettacolari buste paga
che incassano. Basti rileggere la tabella dell’indennità di base pubblicata
ne Il costo della democrazia da Cesare Salvi e Massimo Villone: un
parlamentare polacco prende 28.056 euro, uno spagnolo 39.463, uno svedese
61.704, un francese 63.093, un britannico 82.380, un tedesco 84.108, un
italiano 149.215. Quindici volte più di un ungherese, tre volte più di un
portoghese, una volta e mezza più dell’austriaco, secondo classificato. E
non basta: alla retribuzione base vanno aggiunti i benefit e le indennità
di spese generali, di soggiorno, di viaggio e quelle per i portaborse che
portano il totale, nel caso degli italiani, a una cifra fra i 30.000 e i
35.000 euro. Un sacco di soldi.
Il guaio è che i nostri
europarlamentari non sono solo i più pagati. Sono anche, tradizionalmente,
i più assenteisti di tutto il continente. Lo ricorda un’inchiesta
dell’Europeo del ’93, dove si raccontava che in tutto l’anno precedente il
pidiessino Achille Occhetto non aveva partecipato neppure a una seduta, il
dc Antonio Jodice a 3, il Psdi Antonio Cariglia a 4, la rifondarola Dacia
Valent a 7 e così via... Lo ribadiscono i reportage del Giornale del 1997
(occhiello ironico: «sulle tracce del nostri eurodeputati») o de l’Espresso
del 2001: «Su 87 europarlamentari italiani, 26 hanno partecipato a meno di
metà delle centouno sessioni plenarie, 15 non hanno mai preso la parola in
aula, 27 hanno partecipato a meno del 20% delle sedute della propria
commissione, 13 non hanno mai presentato un’interrogazione... ».
Nel 2004 l’Università tedesca
di Duisburg si prese la briga di elaborare uno studio capillare sulla
legislatura che si chiudeva: alle sessioni di voto la presenza italiana era
stata del 56,2%, contro l’80,9 dei greci o l’82,5% dei tedeschi.
Un’inchiesta delle Acli dava dati leggermente diversi, ma non meno
disastrosi: ai primi posti per presenze c’erano i parlamentari finlandesi
(89,5%), belgi (89,3%), olandesi (88,7%) e gli ultimi, come sempre, erano i
nostri, col 68,6%: tredici punti sotto i penultimi, che risultavano
francesi col 79,5%.
E adesso? Boh... Scottati dai
dati che svergognavano gli eletti all’assemblea, i depositari delle
informazioni sono diventati via via più avari di notizie. Al punto che
quando l’eurodeputato radicale Marco Cappato, in ottobre, chiese
ufficialmente di vedere le tabelle delle presenze per fare luce sulla
realtà dopo mille polemiche (come quella che aveva visto Renato Brunetta,
accusato da un sito Internet di essere stato lui pure un po’ discolo a
Strasburgo, fare fuoco e fiamme spiegando di avere partecipato negli ultimi
anni al 66,9% delle sedute) il segretario generale Harald Rømer gli rispose
picche: poteva chiedere solo i dati suoi. Fine: «Non esiste alcun documento
consolidato che riporti il numero totale di presenze per deputato alle
diverse riunioni ufficiali» e il regolamento «non obbliga in alcun modo le
Istituzioni a creare documenti per rispondere ad una richiesta».
Una risposta burocraticamente
impeccabile, ma politicamente reticente. Ricevuta la quale il parlamentare,
convinto che le democrazie «basate sulla preminenza del diritto sono tenute
all’osservanza del principio della pubblicità», ha presentato una
risoluzione per impegnare l’Europarlamento alla massima trasparenza. Quello
centrale è il punto 5. Che sprona a «varare, prima delle elezioni europee
del 2009, un piano d’azione speciale per assicurare sul proprio sito web,
ad esempio nel quadro dell’iniziativa e-Parlamento, una maggiore e più
agevole disponibilità di informazioni». Gli obiettivi nel mirino sono
soprattutto due. Primo: «attività, partecipazione e presenza dei deputati
europei ai lavori parlamentari in termini assoluti, relativi e percentuali,
rendendo tali dati disponibili ed accessibili ai cittadini anche mediante
criteri di ricerca». Secondo: «le indennità e le spese dei deputati,
conformemente alla posizione assunta dal Mediatore», cioè il difensore
civico europeo, «nonché tutte le dichiarazioni di interessi finanziari per
tutti i deputati al PE, e tali informazioni sono rese disponibili in tutte
le lingue ufficiali dell’UE ».
Bene: la risoluzione è passata.
Con una maggioranza larghissima: 355 voti a favore, 195 contrari, 18
astenuti. Evviva. Ma è la lettura degli elenchi di come hanno votato questo
e quel parlamentare a essere particolarmente istruttiva. Il centro-
sinistra italiano, memore della legnata alle elezioni di aprile dove lasciò
che il tema dei tagli ai costi della politica fosse impugnato dalla destra,
è stato infatti compatto: dagli ex margheritini ai comunisti al cane
sciolto Gianni Rivera. Tutti favorevoli e nessun contrario. La destra,
invece, si è spaccata. E se i leghisti Erminio «Obelix» Boso e Mario
Borghezio hanno votato a favore della trasparenza insieme coi «neri»
Roberto Fiore e Luca Romagnoli, il «pensionato» Carlo Fatuzzo, il ciellino
Mario Mauro e Jas Gawronski, i rappresentanti del Pdl si sono
massicciamente trincerati sul no. Sia i forzisti berlusconiani (dall’ex
sindaco di Milano Gabriele Albertini, da Guido Podestà a Elisabetta
Gardini, da Lia Sartori fino a Beppe Gargani) sia i nazional- alleati
Roberta Angelilli, Domenico Basile, Sergio Berlato, Antonio Mussa, Nello
Musumeci, Salvatore Tatarella. Potete scommettere che oggi diranno in coro
che no, il loro voto contro la risoluzione per la massima trasparenza non
era contro la massima trasparenza e a favore del top-secret sugli
assenteisti e che aveva delle serissime motivazioni e che la sinistra è
stata compatta solo per motivi strumentali eccetera eccetera eccetera. Ma
il punto resta: che messaggio arriva agli italiani, dopo mesi di furenti
invettive contro l’assenteismo altrui?
Gian Antonio Stella
Corriere della Sera 15 gennaio 2009
20 gennaio 2009
Regione Veneto, i supermanager beffano Brunetta ( e ci prendono per il
culo)
Hanno
fatto infuriare persino Brunetta. Proprio nel suo Veneto, proprio nella
Regione amministrata dal suo centrodestra, hanno cercato di mettere i
boiardi al riparo dalle leggi anti-fannulloni. Nel silenzio delle
vacanze natalizie, una circolare ha esentato i top manager della Regione
dalle nuove trattenute malattia.
Da giugno
infatti ai dipendenti pubblici che restano a letto nel periodo iniziale
viene decurtato lo stipendio di ogni voce accessoria. Ma il Veneto ha
aspettato fine anno prima di varare la norma, con il risultato di dovere
chiedere un semestre di tagli arretrati a chi era già caduto vittima dei
malanni. Poi dall'inizio del 2008 sono diventati operative le sottrazioni:
per ogni giorno di malattia, un usciere del livello più basso perderà otto
euro, un funzionario da dieci a 20, un dirigente da 64 fino a 77.
Un salasso
che dovrebbe dissuadere dalle assenze ingiustificate. Il problema è che i
top manager, quei 70 amministratori che siedono nella stanza dei bottoni
della Regione guidata da Giancarlo Galan, si sono auto-esentati: per
loro non sono previste sanzioni nè deterrenti. Il loro contratto garantisce
stipendi da 100 mila euro l'anno in su e non segue le regole della pubblica
amministrazione. Una scelta che ha fatto infuriare i sindacati. E che ha
spinto Renato Brunetta a scrivere a Galan: «La legge vale per tutti». Ora
la Regione cercherà di trovare una soluzione. Sperando che i supermanager
non si ammalino prima.
L'Espresso
20 gennaio 2009
30 gennaio 2009
Qualcuno
nasce con la camicia, qualcuno con le ali ai piedi. Federico Matteoli,
figlio dell’Altero ministro alle Infrastrutture, può vantare di avere
sia le ali, sia la camicia: almeno quella con i gradi di pilota della
Cai di Roberto Colaninno & Company, che il giovane aviatore è riuscito
a strappare di dosso a colleghi più titolati per anzianità aziendale,
età, esperienza e figli a carico. Come ha fatto? Matteoli junior era
già stato graziato una volta: nella defunta compagnia di bandiera era
entrato solo nel 2002, unico e ultimo assunto a tempo indeterminato,
con le assunzioni chiuse da mesi. Il papà allora era ministro
all’Ambiente. E il suo partito, An, nella vecchia Alitalia contava su
Silvano Manera, poi nominato direttore generale dell’Ente per
l’aviazione civile (Enac), e Luigi Martini, ex parlamentare, oggi
consulente personale di Rocco Sabelli, l’ad della nuova compagnia.
Questa volta però il Federico volante sembrava destinato alla cassa
integrazione, anche perché l’aereo che guida, l’Md80, finirà in
pensione. Invece ecco il colpo di scena: i manager di
Colaninno-Sabelli-Martini hanno inventato una graduatoria di anzianità
a parte a Milano, la città dove Matteoli junior era stato assunto. E
così il figlio del ministro ha potuto scavalcare centinaia di colleghi
davanti a lui. Un buon inizio per un’operazione che già ci costa 3
miliardi e 300 milioni: 55 euro di debiti per ciascun italiano,
compresi i bambini. F. G.
L'Espresso 30 gennaio 2009
30 gennaio 2009
Corte
dei conti
E i controllori del governo
finirono sotto controllo
Per il
ddl dell’esecutivo, solo 4 eletti nel «Csm» dei giudici contabili: persa la
maggioranza
«Mi
ricorderò di te alle prossime elezioni! » sibila il solito prepotente al
bravo sceriffo in ogni film di cowboy. Così era il Far West. Anche nella
legge italiana, però, sta per essere infilato un tarlo simile. Che rischia
di divorare l’autonomia della Corte dei conti fino al punto che il governo
(il controllato) si sceglierà di fatto il controllore, cioè chi deve
esaminare come sono spesi i soldi pubblici. Il tarlo, come tutti gli
insetti che si rispettino, non è facile da scovare. Proprio come il
dirottamento ad «amici» di un mucchio di soldi per lavori stradali
marchigiani venne infilato anni fa in un decreto sulle «arance invendute in
Sicilia», anche questo tarlo è stato nascosto dove poteva passare
inosservato.
Nel
disegno di legge 847 noto come «Brunetta»: «Delega al governo finalizzata
all’ottimizzazione della produttività del lavoro pubblico». L’ideale, nella
scia della popolarità del ministro in guerra coi fannulloni, per collocare
un boccone che, come tutti i bocconi avvelenati, è inodore e insapore. È
l’articolo 9, dedicato al Consiglio di Presidenza della Corte dei conti. Il
Csm, diciamo così, dei giudici contabili. Che costituzionalmente consente
anche a questa magistratura, come a quella ordinaria e a quella
amministrativa, di decidere da sé della propria vita, al riparo da
interferenze politiche. Un principio ovvio e sacrosanto: chi comanda non
può volta per volta scegliersi il controllore. Dice dunque quell’articolo,
inserito da Carlo Vizzini (che come presidente della commissione Affari
costituzionali del Senato ha di fatto agito per il governo), che quel
Consiglio di Presidenza, composto oggi da 13 magistrati contabili (i
vertici della Corte dei conti più dieci eletti dai circa 450 colleghi) più
due esperti nominati dalla Camera e due dal Senato (totale: 17) non va più
bene.
D’ora in
avanti dovranno essere 11, con un taglio dei giudici eletti da 10 a 4 e le
«new entry» del segretario generale della Corte e del capo di gabinetto,
che in certi casi possono pure votare. Somma finale: i rappresentanti
scelti dei colleghi precipiterebbero da 10 su 17 (larga maggioranza) a 4 su
13 (netta minoranza). Ma non basta. La perdita di potere del «Consiglio»,
sempre più esposto agli spifferi politici, sarebbe aggravata da una
grandinata di poteri in più concessi al presidente. Come quello di
stabilire l’«indirizzo politico-istituzionale ». Vale a dire: puntiamo di
più su questi o quegli altri reati, concentriamoci di più su questi o
quegli altri sprechi. Quindi meno su questo e quello. Peggio: il presidente
«provvede» o «revoca» come gli pare «gli incarichi extraistituzionali, con
o senza collocamento in posizione di fuori ruolo o aspettativa».
Traduzione: diventa il padrone assoluto della distribuzione ai suoi
sottoposti («tu sì, tu no») dei soldi extra e delle carriere parallele.
Cosa vuol
dire? Moltissimo: il capo di gabinetto di un ministro cumula insieme lo
stipendio nuovo (senza più il tetto di 289 mila euro inserito da Prodi e
abolito da Berlusconi) con quello vecchio di magistrato «parcheggiato»
altrove. E un solo «arbitrato» (quella specie di giustizia parallela, più
veloce, su alcuni contratti pubblici) può regalare a un giudice guadagni di
centinaia di migliaia di euro. Il che significa che il nuovo presidente,
dicendo solo «tu sì, tu no», può cambiare letteralmente la vita dei suoi
«dipendenti». Diventando il Dominus assoluto. Senza più il minimo
controllo, scusate il bisticcio, dell’organo di autocontrollo, ormai
esonerato. Poteri pieni. Totali. Un progetto pericoloso, attacca
l’opposizione. Il controllo, denuncia Felice Casson, «verrebbe a essere
asservito e subordinato ai governi centrali e locali ».
Il
coordinamento dei magistrati ordinari, amministrativi e contabili, in una
lettera mandata ieri a Napolitano, denuncia «un gravissimo vulnus ai quei
fondamentali principi costituzionali che sono stati alla base della
istituzione stessa degli organi di autogoverno». E l’Associazione nazionale
dei magistrati contabili è arrivata a ipotizzare all’unanimità l’espulsione
dello stesso presidente, Tullio Lazzaro. C’è chi dirà: allarmi esagerati. E
giurerà che si tratta di «ritocchi» organizzativi che renderanno
«efficiente» un organo che costa cinque volte più dello spagnolo Tribunal
de cuentas. Che non limiteranno affatto le denunce sulla malagestione dei
pubblici denari come gli sprechi della sanità in Sicilia, le troppe
consulenze «conferite intuitu personae » (cioè a capriccio), i soldi
buttati dalle regioni, dalle municipalizzate, dai comuni o perfino dalla
Croce Rossa.
Sarà. Ma
nel progetto c’è scritto proprio così: il presidente della Corte dei conti
diventa «organo di governo dell’istituto» e il Consiglio di presidenza
viene degradato a «organo di amministrazione del personale». Nero su
bianco. E lo sapete quando è stato inserito, il «ritocco» che
stravolgerebbe senza passaggi costituzionali l’autogoverno dei giudici
contabili? Poco dopo che il procuratore generale aveva denunciato il
surreale tentativo di introdurre nell’accordo sulla nuova Alitalia un
codicillo che prevedeva «l’esonero preventivo e generalizzato» per i nuovi
soci «da responsabilità astrattamente esteso fino a coprire eventuali
comportamenti dolosi, con effetti retroattivi». Cioè l’assoluzione
concordata prima ancora che fosse commesso l’eventuale peccato. Pensa un
po’ che coincidenza...
Gian
Antonio Stella
Corriere della Sera 30 gennaio 2009
6 febbraio 2009
Aveva promesso, in campagna
elettorale, la riduzione dei costi della politica: ci ha preso per il culo?
Comportamenti omogenei da
nord a sud
Liguria, Friuli e Sicilia:
la Casta resiste alle misure sostenute da Berlusconi e Veltroni
Affossati il limite al terzo
mandato dei consiglieri e i tagli al numero dei membri delle assemblee
Per vincere in Calmucchia,
Kirsan Ilyumzhinov promise di donare un cellulare a ogni pastore, comprare
Maradona e proteggere la repubblichina caucasica con un magico «campo
extra-sensoriale». Macché: zero. Berlusconi e Veltroni promisero un po' di
meno. Ma sui tagli ai costi della politica non sembrano ansiosi di
procedere.
Lo dicono le storie,
trasversali a destra e sinistra, al Nord e al Sud, di tre Regioni.
Ricordate cosa disse il Cavaliere l'11 aprile? Prendiamo il virgolettato
dal Giornale: «Dovremmo ridurre della metà il numero dei parlamentari,
quello dei consiglieri regionali e comunali, dovremo abolire le province e
quasi tutte le comunità montane». Quanto a Veltroni, in un decalogo dettato
a l'Espresso («La casta si taglia in dieci mosse») prometteva di
risparmiare «un miliardo di euro l'anno». Punto di partenza: «Ridurre i
parlamentari: 470 deputati e 100 senatori e, parallelamente, stipulare un
patto con le Regioni per ridurre consiglieri e assessori». Meno di un anno
dopo, ciao.
Prima storia. Siamo nel
Friuli Venezia Giulia, dove la vecchia maggioranza ulivista guidata da
Riccardo Illy è stata spazzata via ad aprile dal ciclone berlusconiano. La
nuova, forte di numeri confortevoli (21 consiglieri del Popolo delle
Libertà più 8 della Lega Nord più 4 dell'Udc e un paio di pensionati nel
gruppo misto contro 17 del Pd e 4 dell'Italia dei Valori e tre della
Sinistra Arcobaleno) naviga in acque relativamente tranquille senza
particolari problemi. Ed è proprio in queste acque calme che il
berlusconiano Antonio Pedicini e una pattuglia di amici di partito gettano
verso la fine di gennaio un sasso destinato invece a sollevare un'ondata di
critiche. Certi che le polemiche sui costi della politica siano ormai un
capitolo chiuso, propongono d'abolire la legge varata nel 2007 dalla
vecchia maggioranza che fissava per i consiglieri un limite di tre
legislature. Rivolta istantanea.
«Poltrone a vita», titola il
Piccolo di Paolo Possamai, dedicando alla vicenda uno sferzante editoriale
e una pioggia di articoli infuocati. La proposta, sinistra a parte, spacca
anche la destra. La Lega, per bocca del segretario Pietro Fontanini, si
mette di traverso: non se ne parla. Altre perplessità sono avanzate da
Roberto Antonione («Il clima non è proprio adatto a una simile proposta»),
dal governatore Renzo Tondo («Non mi pare una priorità») e dallo stesso
coordinatore regionale del Pdl Isidoro Gottardo: «Questione legittima ma
non è opportuno». Il capogruppo berlusconiano in consiglio regionale
Daniele Galasso, però, insiste: «Il limite del terzo mandato va tolto. È
un'ipocrisia, uno specchio per le allodole, un nascondino inutile che
tentiamo di cancellare in un periodo lontano dalle tensioni preelettorali».
Giorni e giorni di liti. Poi la tregua: tutto accantonato. Per ora. Quanto
al taglio dei consiglieri...
Seconda storia,
dall'altra parte dell'Italia settentrionale, in Liguria. Dove il presidente
del consiglio regionale Giacomo Ronzitti, d'accordo coi capigruppo e con lo
stesso governatore Claudio Burlando, propone di tornare virtuosamente
indietro di quattro decenni: come nel 1970 i deputati regionali devono
scendere dal limite massimo di 50 a 40 (più il presidente, per non
stravolgere il sistema collaudato dell'elezione diretta) e la giunta da 12
a 10 assessori, che non solo non debbono essere più equiparati
nell'indennità ai consiglieri ma possono essere esterni al consiglio solo
fino a un tetto massimo di quattro, cioè la metà di oggi. Tutti d'accordo,
sulla carta. Finché, come ha ricostruito su La Stampa Ferruccio Sansa, i
partiti non si sono messi a fare due conti. Scoprendo ciascuno che i rischi
di perdere preziose poltrone erano elevatissimi. A quel punto, ecco alcuni
suggerire che «meglio sarebbe la riduzione dei parlamentari, non dei
consiglieri regionali». Altri, della sinistra uscita a pezzi dalle
politiche, sbuffare che no, non è giusto chieder loro questo karakiri:
«Dopo il Parlamento spariremmo anche dalla Regione e ci resterebbero le
bocciofile ». Risultato: la proposta è rimasta lì. A galleggiare in attesa
che un giorno, forse, chissà...
Terza storia, nel
Mezzogiorno. Dove il deputato regionale siciliano democratico Giovanni
Barbagallo presenta all'Ars una proposta di legge per ridurre il numero dei
parlamentari isolani. Dice che ha fatto i conti: «Il dato siciliano (un
deputato ogni 55.746 abitanti) è in stridente contrasto con altre regioni,
come, ad esempio, la Lombardia, regione nella quale vi è un consigliere
ogni 118.440 abitanti». Chiede dunque di votare una legge di due soli
articoli che porta i membri dell'Ars da 90 a 70: «La riduzione
determinerebbe un risparmio annuo di euro 6.220.807,20 e avrebbe una forte
valenza, anche simbolica».
Non basta. Propone
parallelamente di abolire i bonus supplementari concessi in aggiunta
all'indennità ai deputati regionali che ricoprono qualche carica. Sono una
marea, accusa. E costano, spiega al Giornale di Sicilia, un sacco di soldi:
«Ognuno dei due vicepresidenti incassa una indennità aggiuntiva di 5.149
euro lordi al mese. I tre questori si fermano a 4.962 euro ciascuno. I tre
segretari del consiglio di presidenza hanno 3.316 euro e la stessa cifra
guadagnano i 10 presidenti delle commissioni. I 23 vicepresidenti delle
commissioni si fermano a 829 euro in più al mese mentre gli 11 segretari
delle stesse commissioni ricevono 414 euro». Più i bonus ai 4 capigruppo e
ai 9 parlamentari nominati assessori. Un assurdo. Tanto più che «questi
soldi si aggiungono a uno stipendio base di 11.703 euro lordi a cui si
assommano 4 mila euro di diaria e altri benefici». Totale dei costi
supplementari: oltre un milione di euro l'anno. La risposta del presidente
del-l'Ars, Francesco Cascio, che solo un paio di settimane fa aveva
bocciato la richiesta dell'opposizione di conoscere i dettagli di alcuni
viaggi «in missione» fatti coi soldi pubblici (risposta: «Spiacente, c'è la
privacy ») è piccata. Dice che certo, per carità, lui le proposte di tagli
le gira a chi di dovere, e invita la Commissione per lo Statuto a valutare
cosa si può fare. Ma aggiunge una manciata di peperoncino che la dice
lunga, sulla sua opinione in materia: «Barbagallo spesso assume posizioni
demagogiche nella consapevolezza che rimarranno lettera morta».
Gian Antonio Stella
Corriere della Sera 06 febbraio 2009
10 febbraio 2009
Che pacchia
essere alto-atesini! Merito della buona amministrazione e forse anche
della pioggia di quattrini statali. Ormai della dolce vita bolzanina se
ne sono accorti persino gli abitanti delle Eolie: a Lipari, nella
vulcanica Sicilia, hanno cominciato a raccogliere firme per chiedere
l'annessione all'Alto Adige. E se vivere tra Trento e il Brennero ha i
suoi vantaggi, molti di più ne collezionano i politici locali. I
consiglieri della Provincia di Bolzano, che essendo autonoma ha enormi
poteri, si beccano una buonuscita di ben 200 mila euro. Un dono d'addio
anche per chi è stato eletto per una sola legislazione. Si tratta di 55
mila euro come liquidazione più altri 152 mila come restituzione dei
contributi versati. Niente male. Per i contributi, si può scegliere
anche la forma del vitalizio: trasformarli in una pensione che al
compiere dei 65 anni dà diritto a 750 euro mensili. Quanto deve
lavorare un operaio per ottenere lo stesso trattamento? E non è che i
consiglieri in carica vengano pagati poco. Ogni mese in carica frutta
10.650 euro lordi di indennità più una diaria netta di altri 3.423
netti. In busta paga ne trovano circa 6.500 netti, più la quota
accantonata per i contributi d'oro. «Sarebbe meglio che non ci fosse
alcuna liquidazione e neanche il vitalizio. Sarebbe molto più chiaro,
ma non vogliono perché si vedrebbe che i consiglieri prendono molto più
di 6.500 euro netti al mese», ha dichiarato al quotidiano "Alto Adige"
Mauro Bondi, ex consigliere ds.
L'Espresso 10 febbraio 2009
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